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I PRESEPI DI

EDO JANICH, CLAUDIO NARDULLI E SALVATORE SPEDICATO

Giovedì 24 dicembre 2020, dalle ore 17.30 alle ore 20.00, nella Cappella-Casa Natale di Sant’Andrea Avellino, si inaugura la mostra dei tre ultimi presepi donati al Museo Scheiwiller.

Si tratta di tre presepi d’artista, i primi due (Janich e Nardulli) del 2020, preparati nei mesi di pandemia, il terzo (Spedicato) del 1988 ed è stato conservato sempre nella collezione dell’artista.

Ognuno degli artisti, di tre diverse generazioni, ha descritto con le proprie parole l’opera.

Scrive Edo Janich: “Nasce il presepio come rappresentazione teatrale con San Francesco e questa strada non voglio percorrerla e mi viene in aiuto un verso della “Divina Commedia” dove Cristo è paragonato al punto fermo della nostra redenzione come la stella polare riferimento per i naviganti. 

Ho pensato ad una culla inserita in un cerchio di tre metri, vincolo di partenza, che inclinata di 30° piega verso destra come a rientrare nel mondo. Il fondo di tre metri diventa un cielo stellato con 32 stelle più la culla che sono gli anni di Cristo in terra.

Il lavoro sul marmo mi ha portato alla comprensione che culla e sarcofago hanno una forma simile: la prima ricoperta di panno, la seconda di pietra. Ora, con un taglio profondo, per velocizzare il lavoro sulla pietra, mi è venuto in mente di realizzare nella parte superiore più profonda la morte del Cristo che risulta nel sarcofago ed ho scavato fino a 4 mm il marmo, che data la sua caratteristica diventa trasparente. Questo mi suggerisce come un’alba di resurrezione: nascita, morte e resurrezione insieme. 

Scrive Claudio Nardulli: “Sotto la volta del cielo ambisce a  rappresentare la scena sacra della Natività nella totale astrazione geometrica, differendo notevolmente dalla tipologia tradizionale della trattazione tematica. Sul piano espressivo si evidenzia un forte simbolismo rivelato dalla forma attraverso un percorso segnato da una essenziale e rigorosa ricerca estetica e geometrica non euclidea. Una fusione fra  trascendente e terrestre, in cui il filo conduttore è la copertura a volta, che rimanda alla grotta; volta parabolica che avvolge a protezione la Sacra Famiglia e che allude al simbolo maggiore e più universale: l’incontro cristiano e definitivo tra il Cielo e la Terra”.

Scrive Salvatore Spedicato: “Come cristiano sento che il mio mondo comincia col presepio: ‘Nacque in quel giorno il più vago e misterioso racconto’. Lo ha scritto Arturo Martini, protagonista dell’arte del Novecento. Un’opera d’arte destinata al “culto cattolico, alla edificazione, alla pietà e all’istruzione dei fedeli deve essere ‘affrancata dai gusti effimeri’ e da espressioni ‘strane e sconvenienti’ (Cfr. “I Documenti del Concilio Vaticano II”). Nel mio lavoro ho ben considerato queste due premesse. San Giuseppe è avvolto dal mantello, chiuso in sé, con espressione assorta e un po’ confusa, quasi incredulo nel mistero che l’ha coinvolto. L’immagine dell’Immacolata è solenne e sicura di sé, consapevole del ‘divino’ che l’ha investita. Vive la ‘storia’ in piena serenità, sicura di portarla a compimento. Il Bambinello è un piccolo Re, con l’aureola e in posizione quasi seduta, con l’aspetto pacato di un uomo saggio. C’è poi un particolare legato alla mangiatoia: un anello in metallo, che non vuole essere un elemento decorativo e di pura fantasia. Esso era (è?) inserito in ogni mangiatoia e serviva a tenere legati gli animali durante l’alimentazione. La parete di fondo (una sorta di fondale) di una capanna è sormontata dalla stella e dalla colomba. Al centro, un’apertura triangolare (triangolo equilatero, simbolo della Trinità) con una piccola pigna (che matura a dicembre), poiché in ogni pinolo si ritrova la ‘manina di Gesù Bambino’, secondo il racconto di mia nonna. All’estremità del muro della capanna diroccata è abbarbicata una pianta di palma, simbolo di vittoria per i greci e i romani, e di martirio per i cristiani. Tutti gli elementi insieme costituiscono una composizione tutt’altro che ‘dispersiva’, ma legata e in sé conchiusa. Anche la materia, terracotta un tantino patinata, ha evidentemente il sapore di antica tradizione”.

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