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Salvatore Cuschera al Civico Museo di Milano e al MIG di Castronuovo S.A.



SALVATORE CUSCHERA
LA SCULTURA MODELLA LO SPAZIO

20 sculture in ferro, 15 ceramiche e 1 arazzo, datati 1995-2015
AL CIVICO MUSEO – STUDIO FRANCESCO MESSINA DI MILANO
21 calcografie e colori datate 1997-2011
AL MIG DI CASTRONUOVO SANT’ANDREA

Martedì 9 giugno 2015, alle ore 18.00, in Milano, al Civico Museo – Studio Francesco Messina, si inaugura la mostra di Salvatore Cuschera: La scultura modella lo spazio. Lo spazio è quello all’interno e all’esterno della chiesa sconsacrata di San Sisto al Carrobbio, in via San Sisto 4/A, dove Messina ebbe studio per diversi anni e dove oggi sono collocate le sue sculture e i suoi disegni che datano dal 1935 al 1981. Con questo spazio antichissimo, degli inizi del secolo XVII, e decisamente identitario, si confronta Cuschera, portandovi, per le cure di Giuseppe Appella, 20 sculture in ferro, 15 ceramiche e un grande arazzo che coprono gli ultimi venti anni del suo lavoro.

In contemporanea con la mostra di Milano, al MIG. Museo Internazionale della Grafica di Castronuovo Sant’Andrea (PZ), tra l’antologica destinata all’opera grafica di Marcello Mascherini e l’Omaggio a Tadeus Kantor in occasione del centenario della nascita, verranno esposte 21 calcografie a colori di Cuschera, datate 1997-2011, utili per capire i procedimenti tecnici privilegiati (il sistema di incastro delle lastre, la loro inchiostratura prima della stampa) e quanto la ricerca di natura plastica debba all’applicazione costante nel disegno e nella grafica moltiplicata.

Il confronto, a parte l’origine siciliana dei due artisti, passando dalla durezza del ferro alla delicatezza della ceramica, è possibile per le spiccate qualità architettoniche che Cuschera evidenzia nella consistenza plastica della sua opera, nella forza intensa delle sue essenziali strutture, negli scarni profili di forme rigorosamente geometriche, semplici nel loro dipanarsi nella grande aula, nella cripta e all’esterno del Museo, nei volumi bloccati che si ergono severi, segnati da linee circolari, verticali, oblique che si prolungano oltre le sculture stesse, quasi un ideale prolungamento nello spazio che le avvolge.

Cuschera non si pone il problema di analizzare il meccanismo della forma, come Duchamp-Villon o Laurens, Lipchitz o Chillida, e neppure di operare, nell’impianto rigoroso, violenze formali. Più l’opera si fa grandiosa, presupponendo pesi insostenibili, e più restituisce un senso di levità compositiva. Le forme, infatti, sono ridotte all’indispensabile, con un opportuno incastro o slancio di elementi concavi e convessi, un alternarsi di pieni e di vuoti che restituiscono allo spazio un ruolo di assoluta preminenza.Una tale sintesi formale lascia il campo, nella ceramica policroma, a una fantasia sbrigliata, a un’esuberanza senza remore, perfino divertita nella sua apertura al dettaglio superfluo, all’elemento accessorio, a intrusioni di forcine, bastoni, penne e quant’altro possa abbattere steccati espressivi o imporre principi analitici capaci di chiuderlo in un ambito precostituito. Le reminiscenze figurative, totalmente abolite nei ferri i cui elementi geometrici tendono a dare alla scultura una monumentale imponenza, riappaiono nella ceramica (basti pensare alla rivisitazione del Cucù materano, del 2009), che abbandona il nero o la tonalità ruggine per sfruttare ogni porosità della materia e ogni colore possibile, per rendere proprio attraverso le cromie, tipicamente mediterranee, quell’animazione sotterranea che il ferro, fatto pietra miliare o menhir di una preistoria sempre presente, contiene e che la sapienza artigiana, unita a un temperamento vigoroso, da moderno sciamano, ha saputo forgiare, scavando, levigando, ritmando con incredibile leggerezza anche l’imponderabile.

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